Sai che così non va avanti. Ma ogni volta che provi a muoverti finisci a sistemare il CV e a mandare candidature, e dopo due settimane sei di nuovo al punto di prima. Non è disordine tuo: i passi sono sette, e quasi tutti li facciamo nell’ordine sbagliato.
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Sistemare il CV, aprire i portali, mandare quaranta candidature. È la cosa più sensata da fare con quello che sai, e infatti la facciamo tutti.
Poi arrivano diciotto risposte automatiche e due settimane di silenzio, e la conclusione te la dai da solo/a: non sono abbastanza. Bastano meno di tre settimane per arrivarci, ed è quasi sempre sbagliata.
Non è un problema di valore. Stavi raccontando una direzione che non avevi ancora scelto, e in cui non credevi nemmeno tu.
Se non ha funzionato, non è perché non ci hai provato abbastanza.
Non è un elenco di cose da fare: è l’ordine in cui hanno senso. Ogni passo prepara il materiale di quello dopo, ed è per questo che saltarne uno lo paghi due passi più avanti.
Ogni passo è fatto allo stesso modo: quello che facciamo quasi tutti, perché è normale che succeda, cosa puoi fare invece e un esercizio da fare subito. Le immagini qui sotto sono le slide vere della lezione: toccale per leggerle in grande.
“Voglio cambiare lavoro” può voler dire tre cose diverse: cambiare il ruolo (quello che fai tutto il giorno), il contesto (l’azienda, il capo, i colleghi, gli orari) o la forma (dipendente, freelance, remoto, ibrido). Dall’interno si confondono, perché arrivano tutte nello stesso modo: stanchezza. E capita spesso di voler cambiare ruolo quando quello che non va è il contesto.
Cambi azienda, e dopo sei mesi ti ritrovi esattamente allo stesso punto. Con in più la sensazione che il problema sia tu.
I test attitudinali ti danno una risposta diversa ogni volta, e ogni risposta nuova aggiunge confusione a quella di prima. Al loro posto, tre colonne sullo stesso foglio: cosa sai fare davvero (comprese le cose che ti sembrano ovvie perché le fai tutti i giorni, e che di solito sono le più trasferibili), cosa ti dà energia e cosa te la toglie, e i vincoli con cui devi fare i conti sul serio.
Costruisci le ipotesi su quello che credi di essere, non su quello che sei. E lo scopri al primo colloquio, quando ti chiedono un esempio.
“Quando avrò capito cosa voglio fare, mi muovo.” È il pensiero più ragionevole del mondo, ed è anche un cane che si morde la coda: se non ti muovi, non lo capisci. Una direzione è una bussola, non una strada senza uscita: serve a sapere da che parte guardare, non a decidere i prossimi vent’anni. Nella lezione c’è la formula per passare da “qualcosa di creativo” a “customer success in una software house”.
Aspetti una certezza che non arriva, e intanto passa un altro anno uguale a quello prima.
Decidere se un lavoro fa per noi immaginandocelo. Oppure il contrario: scartarlo con “tanto non mi prenderebbero mai”. In tutti e due i casi l’unica fonte sei tu, e quel mestiere non l’hai ancora fatto. Le tre azioni per verificare, in quest’ordine: venti annunci veri per ogni ipotesi (non per candidarti, per leggere cosa chiedono davvero), parlare con chi quel lavoro lo fa già, e togliere dalle ipotesi quello che nel frattempo hai scoperto non fa per te.
Scegli un lavoro immaginato e te ne accorgi da dentro, dopo tre mesi. E arrivi al passo 5 senza le parole vere del settore, che sono quelle che ti fanno leggere.
Il CV che elenca tutto e va uguale a tutti è comprensibile: se non sai ancora dove stai andando, dire tutto sembra l’unico modo per non perdere occasioni. Qui vedi com’è fatto un profilo che parla dell’ipotesi che hai verificato, con le stesse parole che hai letto nei venti annunci: le esperienze diventano risultati invece che mansioni, e la prima riga dice dove stai andando, non solo dove sei stato/a.
Mandi lo stesso CV a tutti, e poi leggi il silenzio come un giudizio su di te.
“Ne ho mandate cento.” Cento candidature identiche non sono cento tentativi: sono cento volte lo stesso tentativo, con il peso di cento no addosso. Nella lezione c’è cosa segnare ogni volta che ti candidi, il canale che quasi nessuno usa davvero (le persone) e i due numeri da guardare: quante candidature diventano colloqui, e quanti colloqui diventano un’offerta.
Continui a spingere senza sapere dove si rompe la catena. Con quei due numeri lo sai: se non arrivano colloqui si torna al passo 5, se arrivano colloqui ma non offerte si lavora sul passo 7.
In quella stanza ti senti dalla parte di chi chiede. Ma se stanno assumendo un bisogno ce l’hanno anche loro, e il colloquio serve a tutte e due le parti. Cosa prepari davvero: tre storie vere (il contesto, cosa hai fatto tu, com’è andata), che coprono quasi tutte le domande, e tre numeri sulla RAL decisi prima - quello che chiedi, quello che accetti e quello sotto cui preferisci dire di no.
Accetti la prima offerta decente perché sei stanco/a di cercare. Il terzo numero, deciso a mente fredda, è quello che non te lo fa fare.
L’ultima parte mette i sette passi su un calendario: quante settimane dare a ogni blocco, e da quando conviene partire se vuoi che il 2027 sia diverso. Non è una promessa di velocità. Serve a vederlo nero su bianco: i mesi ci sono, se smetti di ricominciare da capo ogni volta.
E prima di chiudere c’è la domanda che vale tutto il resto: in quale di questi passi ti stai bloccando?
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Nessuna diretta, nessun orario da rispettare. Se ti serve, la spezzi in due sere.
Ti interessa solo il passo 6? Ci salti dentro. Vuoi rivedere l’esercizio del passo 2? Lo ritrovi al secondo.
Le slide sono scritte grandi apposta: si leggono anche dallo schermo del telefono, in pausa pranzo.
La tiene Antonio, che con Daniela porta avanti Mindontheroad. Il metodo che c’è dietro è quello che usiamo nel Percorso insieme a Chiara, la nostra Career Coach ICF e Orientatrice iscritta al Registro ASNOR, numero 2177. In Italia chiunque può definirsi orientatore: quel numero lo controlli in un minuto su asnor.it.
Sai che così non va, ma ogni volta che provi a muoverti finisci a mandare qualche candidatura a caso. Oppure hai già capito che il ruolo non c’entra, e il problema è tutto il resto: l’ambiente, gli orari, la forma con cui lavori.
Cerchi il test che ti dice che lavoro fare, o l’elenco delle professioni del futuro. Qui si parla del metodo per arrivarci, che è una cosa diversa e più lenta.
Non è un video motivazionale, e non ci sono venti minuti su di noi. Alla fine non saprai che lavoro fare: nessuno ci arriva guardando un video, e prometterlo sarebbe una bugia.
Saprai dove ti sei bloccato/a e cosa fare da lì. È da quello che si riparte, ed è molto più utile di un nome di professione preso a caso.
No, non è una diretta. Confermi l’iscrizione, ti arriva il link e la guardi quando vuoi, anche in due volte: i capitoli tengono il segno.
35 minuti, divisi in 7 capitoli più apertura e chiusura. Se ti interessa solo il passo 6, vai direttamente lì.
Sì, ed è il caso più comune. I passi 2, 3 e 4 servono esattamente a quello: si parte da quello che hai già in mano e si arriva a due o tre ipotesi da verificare. Quello che non facciamo è darti il nome del lavoro giusto alla fine del video.
No. Ti mandiamo il link alla lezione e, nei giorni successivi, qualche email per aiutarti a metterla in pratica. Poi la serie finisce. Se spunti la casella della newsletter ricevi anche i nostri spunti sul lavoro una volta a settimana, e ti disiscrivi con un clic quando vuoi.
Verso la fine ci sono due minuti in cui ti raccontiamo come lavoriamo nel Percorso, e un modulo per chi vuole approfondire. Il resto dei 35 minuti è la lezione. Se non è il tuo momento, va bene così.
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